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Hamlet
Le vostre idee sono spaventose e i vostri cuori sono deboli. Paul Valéry
POLITICA
10 maggio 2012
Il governo Monti non ha fatto i compiti a casa

Il governo Monti non ha fatto i compiti a casa

 

Dal 19 marzo di quest’anno, ad oggi, gli interessi che l’Italia deve pagare per rinnovare gli stock di debito pubblico in scadenza, sono risaliti sino a toccare il 5,60 per cento attuale, con una costante e inesorabile tendenza al rialzo. Altro che “salva Italia”. I fatti dimostrano che il progetto, tutto politico e per nulla “tecnico”, del governo Monti – Napolitano si sta avvitando su se stesso. Garantire la sopravvivenza e traghettare fuori dalla crisi non solo la classe politica locale e nazionale, i poteri per lo più parastatali di Confindustria, i sindacati, i banchieri ma anche, e soprattutto, l’ingombrante “convitato di pietra” costituito dalla potente classe dei burocrati che presidiano l’immensa macchina della pubblica amministrazione, si è rivelata una idea fallimentare e pericolosa.

 

 Nessuno ricorda la lettera firmata Trichet-Draghi e recapitata al governo Berlusconi il 5 agosto 2011. Essa è stata il motore che ha innescato il meccanismo il quale ha portato Mario Monti a Palazzo Chigi  e costituisce il nucleo fondante del programma che lo stesso governo si era impegnato a realizzare, quando è andato a giurare al Quirinale e a presentare le credenziali a Berlino. Nei primi cento giorni di governo, con un Parlamento impaurito sotto la spinta dell’emergenza che avrebbe votato qualsiasi cosa, mentre nel paese il consenso era pressoché unanime e massiccio il sostegno della comunità internazionale, i nostri tecnocrati si sono ben guardati dall’utilizzare lo strumento della decretazione d’urgenza per dare esecuzione alle parti della ricetta Trichet-Draghi indigeste per quelle componenti della società italiana definibili come la “prima classe” del Titanic.

 

L’elenco delle cose non fatte ci costa – adesso - almeno 1,5 punti percentuali in più di oneri sul debito di quanto avremmo dovuto ragionevolmente sopportare nel 2012 se Monti e Napolitano avessero mantenuto per tempo gli impegni presi. La differenza sta tutta tra i 280 punti di spread di marzo e la crescente delusione per l’ex Super-Mario, certificata dai 409 punti di oggi. Infatti, il “Podestà straniero”, come scriveva il professor Monti, polemico contro Berlusconi, in un celebre editoriale sul Corriere, chiedeva che “tutte le azioni elencate….siano prese il prima possibile per decreto legge, seguito da ratifica parlamentare …...

 

 Ed eccole tutte le azioni disattese e scritte con chiarezza nella famigerata lettera: “Il Governo dovrebbe valutare una riduzione significativa dei costi del pubblico impiego, rafforzando le regole per il turnover (il ricambio, ndr) e, se necessario, riducendo gli stipendi.” E dopo sei mesi di immobilismo su questo fronte il ministro Giarda ci viene a dire che bisognerà ridurre la spesa pubblica di 300 miliardi di euro mentre  Patroni Griffi firma un accordo che santifica l’inamovibilità dei pubblici dipendenti. “È necessaria…la piena liberalizzazione dei servizi pubblici locali e dei servizi professionali. Questo dovrebbe applicarsi in particolare alla fornitura di servizi locali attraverso privatizzazioni su larga scala.” Macché. Di privatizzazioni su larga scala neanche l’ombra. Nel contempo però il ministro Passera ci rassicura e dice che il sistema bancario italiano è già il più liberalizzato e trasparente d’Europa, mentre decine di finanzieri perquisiscono il Monte dei Paschi di Siena (con Mussari alla guida dell’Abi) e la timida apertura al capitale privato nelle municipalizzate ha il solo effetto di scatenare l’alzata di scudi del Pd, come nel caso dell’Acea di Roma. E, in ultimo:

“C'è l'esigenza di un forte impegno ad abolire o a fondere alcuni strati amministrativi intermedi (come le Province).” Di questo impegno non si coglie traccia o risultato tangibile nell’azione del governo.

 

Al punto in cui siamo è lecito il sospetto che nelle cancelliere e nelle più ovattate sedi delle istituzioni finanziare si consideri l’esperienza dell’euro in fase terminale e che si debba solo gestire un graduale processo di liquidazione che richiede un consolidamento intermedio di alcuni anni da conseguire con il minor danno possibile per i più forti. Per cui la missione di Monti, ormai podestà straniero in patria, sarebbe quella di salvare i forti e gettare i deboli nella scia, comportandosi  come un novello Caronte più che da illuminato statista. In ogni caso, e qualunque siano le future evoluzioni del quadro politico ed economico europeo, l’Italia deve e può, se vuole, tagliare adesso, subito e in maniera rilevante la spesa primaria della pubblica amministrazione e ridurre ulteriormente la propria quota di debito per salvare il nostro bene più prezioso: l’importante apparato industriale e produttivo che ci ha portato ad essere una delle nazioni più ricche del pianeta come testimoniato dal risparmio privato delle famiglie.

Non possiamo permettere ad un ottusa classe di burocrati di consegnare i frutti della fatica dei nostri padri e nonni all’orda famelica della speculazione per garantire loro poltrone e privilegi insopportabili. Non possiamo vivere in un costante clima di paura e se un governo è manifestamente incapace di adempiere alla propria missione questo resta al potere per inerzia in qualità di commissario liquidatore, ma non certo di salvatore dell’Italia.

 

 




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POLITICA
25 aprile 2012
Dimenticare Parigi (e anche Berlino)

Immaginare che il 6 maggio, il prossimo presidente della Repubblica Francese possa compiere il miracolo di convertire la Germania a politiche neo-keynesiane trasformando la BCE in una FED all’europea, con Euro-bond e iniezioni di euro a valanga, anche a beneficio dell’Italia, è una pericolosa illusione. La somma delle debolezze non fa un forza; fiscal compact più 6pack sono già lì a Strasburgo, e tutte le cancellerie dell’Eurogruppo si sono impegnate a convergere. Limature e aggiustamenti saranno possibili solo per accontentare le opinioni pubbliche e imbonirle con qualche conferenza stampa ove si sventoleranno risoluzioni “per la crescita”e dossier dai titoli tanto pomposi quanto miseri saranno i provvedimenti (leggi: pochi i soldi), nella sostanza. Quel che servirà ai cugini d’oltralpe per calmare i bollenti spiriti non è detto che serva o basti al nostro paese il quale, peraltro, di sgambetti né ha ricevuti quanto basta da suggerire una prudente diffidenza più che un inopportuno appiattimento.

 

L’orizzonte politico per la cancelliera Angela Merkel è tutto nelle elezioni del 2013 che, guarda caso, è anche l’orizzonte temporale del Governo Monti-Napolitano in Italia. La Bundesbank è, al momento, un cane da guardia per luoghi inaccessibili ove gli editoriali di Paul Krugmann sul New York Times, portati ad esempio dai tanti sognatori di un New Deal all’europea, sono visti come fumo negli occhi. E già. Da oltreoceano, in piena campagna elettorale, anche lì con un agenda orientata al 2013, sono giunte verso l’Europa molte parole, moniti, consigli, pacche sulle spalle ma niente soldi. Neanche un dollaro USA per potenziare i fondi del Fmi di Madame Lagarde. E’ evidente che non c’è una guida, o la concreta voglia di mettersi al timone dell’Europa a 27 né a Berlino, né tantomeno a Parigi. Quando si discute di soldi, di energia e di sicurezza gli stati nazionali continuano a procedere alla vecchia maniera e i comunicati stampa dei vari organismi dell’Unione vengono riposti nei cassetti. Non è forse bastato l’esempio sciagurato della guerra anglo-francese in Libia con contestuale ritiro della Germania nel limbo pacifista e conseguente declino della credibilità e operatività della Nato e del consesso euro-atlantico? Gli americani esagerano, come d’abitudine, ma non possiamo ignorare che ogni giorno sui media Usa escono analisi che comparano e assimilano “l’euro-caos” con le convulsioni della cosiddetta primavera araba. Sarà uno sguardo strabico, ma di sicuro questa volta Washington non ci manderà il settimo cavalleria né ci farà sconti.

 

E’ meglio dunque rivolgere lo sguardo verso noi stessi, prendere atto della realtà e cercare di risolvere i nostri problemi contando sulle nostre forze. “Il quadro macroeconomico presentato nel DEF rimane soggetto a rischi al ribasso..” Sono le parole del Vice Direttore Generale della Banca d’Italia, Salvatore Rossi, all’audizione della commissione bilancio della Camera del 23 aprile. E precisa: “valutazioni più pessimistiche provengono dall’FMI, che stima una caduta del PIL dell’1,9 per cento quest’anno e un’ulteriore contrazione nel 2013 (-0,3 per cento); il divario discende prevalentemente, per quest’anno, da una valutazione molto negativa dell’FMI sull’andamento delle scorte; per l’anno prossimo, da una maggior debolezza che il Fondo  attribuisce ai consumi, per oltre un punto percentuale, conseguente a proiezioni per l’occupazione nettamente più sfavorevoli.” Tradotto: quel che ha fatto il governo Monti non basta. Lo sanno tutti gli economisti e analisti, anche se non tutti possono o vogliono dichiararlo pubblicamente. Il sistema è ingessato. Le assurde, tortuose e crudeli modalità e procedure di pagamento dell’IMU, da sole, bastano a smentire e affossare ogni pretesa di azione di semplificazione, liberalizzazione e orientamento all’efficienza dell’apparato pubblico vantata dal governo Monti-Napolitano. I ministri tecnocrati hanno perso lo slancio propulsivo rivelando un coacervo di interconnessioni e interessi con l’apparato burocratico della pubblica amministrazione,il quale possiede un’inerzia enorme e una impenetrabilità al cambiamento formidabile. Lo Stato continua ad essere nemico del cittadino e a trattarlo come un suddito.

 

Da salvatori dell’Italia ed innovatori, a conservatori dei privilegi e delle rendite di posizione dei burocrati il passo è breve. L’arrocco del Quirinale, che spende la sua autorevolezza per puntellare governo e partiti, può regalare ancora un po’ di tempo, ma andare avanti così sino al 2013, in assenza di azioni di riforma strutturale ben più incisive e convincenti di quanto si è visto sino ad oggi, rischia di erodere ogni residua credibilità di tutte le istituzioni. Nessuna esclusa.




permalink | inviato da Hamlet il 25/4/2012 alle 19:33 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
20 aprile 2012
Le scelte che la politica non può più rimandare
Neanche Peppe Grillo, che pure nei comizi chiama il premier "rigor montis", ha l'ardore di invocare il "convitato di pietra" di tutte le febbrili riunioni che si svolgono in queste ore nei palazzi della politica: le elezioni anticipate. Il tempo, scriveva Margerite Yourcenar nel suo "Le Memorie di Adriano" è "il grande scultore" della storia.

 Ed è proprio di tempo hanno bisogno tutti gli attori, partiti, movimenti e gruppi, Monti e Grillo compresi, per riorganizzarsi, rifondarsi e stipulare nuove alleanze necessarie per partecipare all'agone elettorale. Quanto tempo? Resisterà il governo del Presidente sino alla scadenza naturale della legislatura? E, soprattutto, a chi conviene prendere più tempo e a chi, invece, conviene giocare in contropiede? Dopo le elezioni presidenziali in Francia, già a maggio, sarà inevitabile una fase di turbolenza finanziaria e di tensioni nell'Eurogruppo. In questo scontro di interessi tra Francia e Germania e un'America in campagna elettorale non certo benevola verso gli europei, l'Italia è il vaso di coccio tra i vasi di ferro. Già adesso le impietose valutazioni del Financial Times e del Wall Strett Journal delineano un quadro di perdurante sfiducia verso il nostro paese, ancora esposto agli attacchi speculativi.  Il ruolo centrale di Napolitano, sino ad oggi, è stato induscutibile e indiscusso.

Ma l'indebolimento di Monti come premier e il suo tracimare verso la competizione politica, sia sul fronte interno che sullo scenario internazionale, per riflesso, andrà ad indebolire anche il suo principale sponsor, il Quirinale, restringendone gli spazi di manovra e rendendolo più esposto a chi, tra i leader politici, saprà manovrare dietro le quinte. Poco o nulla è cambiato nell'assetto e nell'apparato della Repubblica in tutti i suoi innumerevoli gangli e diramazioni, comprese le aziende controllate dal Tesoro, la RAI in primis. Immobilismo o continuità nella stabilità, poco importa la diagnosi sul passato. Quel che contano sono le scelte o le non scelte da fare presto e gli effetti che esse produrranno in futuro.

Tutto è  cambiato o sta cambiando a velocità impressionante nella geografia del potere finanziario e nell'impianto produttivo industriale del paese, (basti pensare all'eclissi della Fiat), per effetto dell'irresistibile pressione esercitata dai grandi mutamenti globali che hanno spostato fuori dall'occidente la geografia della ricchezza su scala mondiale da cui conseguono le complesse partite geopolitiche in corso, delle quali l'Italia non è attore ma ostaggio. La classe politica è compressa, schiacciata in questa evidente contraddizione, che diviene sempre più insopprtabile in assenza di ogni vera evoluzione strutturale di sistema. E il popolo, nella sua più vasta accezzione del termine, si vede costretto a farsi carico di tutti gli oneri senza però intravedere all'orizzonte un qualche futuro beneficio.

 Per quanto ancora si potrà continuare così, senza dover mettere in conto l'eventualità di future nefaste conseguenze per la democrazia e la libertà?



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POLITICA
19 aprile 2012
Il Governo Monti non serve più al paese
A chi davvero fanno paura le elezioni anticipate se comunque gli interessi su debito sono destinati a rimanere elevati? Gli italiani si sentono ingannati. Il governo Monti ha perso quel crisma di risolutezza che era stato capace di raccogliere agli esordi e ha  smentito se stesso.

La poco accorta campagna di comunicazione iniziale basata sul binomio "salva Italia" e "cresci Italia", tenuto insieme dal fragile e velleitario slogan dell'equità, si è rivelata una autentica bufala. Dell'ambiziosa seconda gamba dell'azione di governo, lo stimolo alla crescita, non ne è rimasta traccia degna di menzione. Il DEF presentato dal governo, insieme a un discoroso di Monti dai toni lugubri e vagamente ricattatori, è la dimostrazione che questo governo le cose che era in grado di poter fare le ha fatte e, rebus sic stantibus, sorge spontanea la domanda: a chi serve ancora il governo Monti? L'obiettivo di breve termine di evitare l'insolvenza dello Stato verso i suoi creditori è stato centrato mediante un sostanziale trasferimento degli oneri del debito pubblico sulle tasche dei cittadini con lo strumento della leva fiscale.

Ma  la realtà dura e pura della necessità di dover rinnovare le quote di debito in scadenza nei prossmi anni a tassi comunque assai elevati -sentenza emessa con spietata e matematica precisione dal FMI- evidenzia che la cura Monti non è sostenibile per l'Italia nel medio periodo. Troppa spesa pubblica e troppo debito, anche sul lungo periodo, nel paniere del Professore,  con previsioni di sviluppo risibili e un PIL in coma profondo, che fanno permanere un alto e insopportabile premio rischio sul nostro "sistema paese".

Relegata la "spending review" del ministro Giarda nel limbo fumoso di un piano quinquennale da consegnare di fatto al prossimo governo, constatate le crescenti frizioni e divergenze che emergono nella maggioranza che sostiene il governo in Parlamento, su temi rilevanti quali la Giustizia e le telecomunicazioni,  il disegno politico di Giorgio Napolitano di tirarla per le lunghe fino al 2013 sembra mostrare tutti i suoi limiti e i rischi crescenti di un tracollo del sistema politico verso la ingovernabilità.

Si spera che la Germania, dopo la assai probabile vittoria di Hollande in Francia, molli un pò la presa. Ma con le speranze di un improbabile generosità teutonica non si fa la spesa al mercato e i tempi dell'Eurogruppo non coincidono con quelli della politica nostrana. A giugno, con la scadenza IMU che colpirà anche i ceti del pubblico impiego, oltre al vasto popolo della piccola impresa, i consensi popolari al governo sono destinati a subire un tracollo, la rabbia e la sfiducia continueranno a montare a fronte di zero prospettive per il futuro. 

Palazzo Chigi non ha più conigli nel cilindro per tenere in riga  i partiti che lo sostengono con sempre maggiore fatica, tranne la continua evocazione dello spettro della Grecia.  La prospettiva nostrana è ormai di una campagna elettorale strisciante, che si protrae per un anno in un'atmosfera di cupio dissolvi degli attuali partiti atterriti dallo  spettro, sempre più concreto, di un Peppe Grillo in Parlamento alla testa di una nutrita falange di desperados.

 Se questo Parlamento e il governo in carica non hanno più nulla da offrire a un paese travolto e avvilito dalla più severa crisi dell'era contemporanea, sarebbe naturale e salutare, per una democrazia sana, s'intende, che il Presidente della Repubblica sciogliesse al più presto le Camere per dare il potere ai cittadini di mobilitarsi e decidere sul proprio destino evitando il protrarsi nel tempo di una inutile agonia del sistema democratico dalle incerte e inquietanti prospettive.



permalink | inviato da Hamlet il 19/4/2012 alle 13:12 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
CULTURA
15 aprile 2012
Quel pasticciaccio brutto del MAXXI

Quel pasticciaccio brutto del MAXXI

di Luca Tentellini

 

E’ uno spettacolare caso di «fallimento di successo». Il 13 aprile, con asciutto comunicato, il Ministero per i Beni Culturali ha avviato le procedure per il commissariamento della Fondazione MAXXI di Roma. La motivazione è: «..per la mancata approvazione del bilancio per l'anno 2012 da parte del consiglio di amministrazione. Il bilancio 2011 ha infatti registrato un forte disavanzo, che rischia di aumentare sensibilmente nel 2012.»

 

L’omonimo centro di arte contemporanea, costruito a Roma su progetto della architetta anglo-irachena Zaha Hadid, è costato ai contribuenti circa 183 milioni di euro, ed è considerato un’icona chic del decostruttivismo architettonico. Fu inaugurato nel 2009 e ha fruttato alla città Roma un grandioso battage mediatico su scala planetaria.

 

Al commissariamento, la Fondazione MAXXI reagisce con comunicati e dichiarazioni dai toni rancorosi. Il Presidente, Pio Baldi, e i suoi collaboratori del Cda si sono arroccati in una autodifesa dai toni tanto aggressivi quanto poco convincenti negli argomenti. Essi si sono rivelati non in grado di presentare il dovuto documento programmatico pluriennale e di approvare un convincente bilancio di previsione 2012. Il Ministero ha agito secondo lo Statuto e, dopo tre mesi, ha comunicato di dover procedere al commissariamento a tutela dell’interesse dell’erario e del patrimonio pubblico in gestione alla Fondazione. Non ci sono più i soldi, per farla breve. Apriti cielo.

 

Insieme all’altro nuovo e fantascientifico museo d’arte contemporanea, il Macro, si intendeva far divenire la capitale un polo internazionale di attrazione per le avanguardie artistiche e il mercato dell’arte, capace di fare concorrenza alle blasonate piazze di New York e di Londra. Ma la doccia fredda imposta dalla dura realtà dei conti economici ha fatto svanire il sogno di quella vasta area di soggetti che, per anni, ha prosperato grazie al motore dei finanziamenti pubblici alla “cultura”, e che –a quanto pare -si considera intoccabile.

 

Oggi, se non trovi lo sponsor, non vai avanti. Lo Stato, al massimo, può supportare per il 30% e conferire immobili e opere d’arte. Questa è la logica che ha portato alla istituzione di Fondazioni per gestire e promuovere le attività culturali. E per raccogliere le donazioni dei privati, essenziali per sostenere i costi, servono manager di altissimo profilo internazionale, capaci di relazionarsi con potenziali investitori in tutto il mondo e in grado di promuovere progetti e mostre di un livello tale da attirare grandi numeri di visitatori e di essere vincenti in un contesto di elevata competizione globale.

 

All’esito, è evidente che Pio Baldi, il vice Roberto Grossi e i membri del Cda e del Comitato scientifico del MAXXI, non si sono rivelati all’altezza di poter superare una tale sfida. Nel pubblico interesse, poiché di patrimonio pubblico si tratta – cioè di tutti noi cittadini – ci si aspetta che tutti i dirigenti della Fondazione, invece di utilizzare il museo per polemiche conferenze stampa, rassegnino le dimissioni per consentire, almeno si spera, di poter salvare il salvabile.




permalink | inviato da Hamlet il 15/4/2012 alle 10:38 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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