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Hamlet
Le vostre idee sono spaventose e i vostri cuori sono deboli. Paul Valéry
21 febbraio 2006
IL LIBERISMO NON ESCLUDE IL WELFARE
Alfredo Recanatesi su La Stampa.it attacca gli economisti accademici che invocano il liberismo perché sarebbero lontani dalle aspettative dell’elettorato che attende dalla politica risposte in termini di solidarietà sociale. Recanatesi rileva come le culture cattoliche e marxiste hanno lasciato il segno e permeato la società di un profondo senso della mutualità e dell’assistenza sociale, cosa che ci distingue dai modelli anglosassoni sostenuti dagli economisti liberisti.

Ciò che però Recanatesi non dice è che con l’introduzione della moneta unica, il nostro paese, da un lato ha acquisito una maggiore integrazione con le principali economie continentali (Germania e Francia) ma ha perso grandi margini d’autonomia nelle possibilità di continuare a governare il sistema interno in modo da consentire il prolungamento di una condizione d’economia mista a fronte dell’impatto accelerato della globalizzazione.

Grazie all’indipendenza energetica e ad una solida tradizione di centralismo e dirigismo la Francia si è dimostrata in grado di reggere, pur tra mille difficoltà, l’impatto della globalizzazione dei mercati e il forte affllusso d’investimenti stranieri ne è la prova. La Germania, non solo è riuscita ad assorbire e governare le conseguenze economiche della riunificazione, ma ha prodotto una massiccia delocalizzazione produttiva con conseguenze sociali pesanti, ma non tali da disgregare il tessuto sociale ed è riuscita a mantenere quote di mercato rilevanti in settori strategici. L’attuale assetto di governo è, anche qui, la controprova di una società che è in grado di affrontare i mutamenti in corso e di governarli.

Per l’Italia, piaccia o non piaccia, lo scenario è diverso. L’Economist avrà esagerato nel predire una caduta verticale del tenore di vita degli italiani nel prossimo quinquennio ma, pur se il decorso appare affrettato, la diagnosi infausta è confermata da tutti gli indicatori economici, e non da oggi. Abbiamo rimandato per almeno dodici anni la soluzione di questioni che adesso appaiono come ineludibili.

La ristrutturazione del nostro apparato produttivo è inevitabile. In parte essa è già in corso. Ciò che invece è nel campo delle scelte possibili è come governarla e in quale direzione. Ben lo sanno i nostri –pochi- grandi capitalisti e gruppi finanziari. Una parte consistente di loro spera di cavarsela consegnando il paese in mano alla sinistra ed ai sindacati purché le grandi alleanze e le manovre cross-border non siano disturbate. Si bastonino pure artigiani, piccoli imprenditori, professionisti, si estingua il ceto medio, ma le torri d’avorio dei grandi patti parasociali restino inattaccabili. Guido Rossi ha fatto capire che questa è un’illusione e che il fronte dei poteri forti non è poi così monolitico, in quanto le pressioni e gli interessi della finanza internazionale ormai permeano diffusamente anche l’Italia e sono destinati a condizionare molte delle prossime inevitabili scelte riguardo sia gli assetti privati sia quelli pubblici o parapubblici.

Quando Benedetto della Vedova suggerisce che forse varrebbe la pena di un contenzioso con la Ue pur di realizzare un regime fiscale differenziato per le regioni del Sud dell’Italia (in particolare sulle imprese e sul lavoro) imposta un discorso di vera solidarietà sociale. Solo che lo fa con strumenti differenti dall’ampio catalogo di quanto già sperimentato sin dall’epoca della costituzione dell’Iri sino ad oggi. Il liberismo economico, in quanto tale, non esclude gli strumenti del welfare e della ridistribuzione della ricchezza ma intende rimodularli in uno schema di sostenibilità sul medio lungo periodo. Il centro del sistema è l’individuo (che si rapporta al mercato) e non l’istituzione statuale. Ma questo in Italia sembra essere un tabù insuperabile.



permalink | inviato da il 21/2/2006 alle 12:59 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa
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